LA MORTE: AUT FINIS AUT TRANSITUS
VERSIONE DI GRECO di Platone
TRADUZIONE dal libro Hellenes
TRADUZIONE
Ma facciamo anche un'altra considerazione da cui io traggo molta speranza che tutto questo sia un bene. La morte, infatti, o è assenza totale di sensazioni, e quindi è il nulla o, come si dice, è un passaggio, un mutar di dimora dell'anima da un luogo a un altro. Se la morte è assenza totale di sensazioni, come se si dormisse un sonno senza sogni, oh, essa sarebbe un guadagno meraviglioso. Proviamo, infatti, a pensare a una notte in cui abbiamo dormito senza far sogni e confrontiamola, poi, con tutte le altre notti e gli altri giorni della vita; se dovessimo dire, dopo aver riflettuto attentamente, quanti sono stati i giorni e le notti in cui meglio abbiamo vissuto, rispetto a quella, oh, io credo che non solo l'uomo qualunque, ma anche il re dei re, ne avrebbe molto poche da contare. Se tale è la morte, io la considero un gran guadagno perché tutto il tempo infinito non sarà che una sola, lunghissima notte. Se, poi, invece, la morte è come un viaggio da questo luogo a un altro e ciò che si dice è vero, cioè che nell'al di là si radunano tutti quelli che sono morti, vi potrebbe essere, allora, o giudici, un bene più grande? Si giunge - pensate - nell'al di là, liberi alfine da costoro che si fingono giudici e si trovano quelli veri, coloro che laggiù, si dice, amministrano veramente la giustizia, Minosse, Radamante, Eaco, Trittolemo e quanti, tra i semidei, furono giusti nella loro vita. Che, forse, questo viaggio sarebbe poco bello? E chi di voi non pagherebbe chissà che cosa pur di trovarsi con Orfeo e Museo, con Esiodo ed Omero? Ah, io, personalmente, vorrei morire mille volte se questo fosse vero. E che luogo meraviglioso sarebbe per me se laggiù potessi incontrarmi con Palamede, con Aiace Telamonio o con qualche altro antico, anch'egli ingiustamente ucciso; penso che non sarebbe affatto spiacevole paragonare la sorte che m'è toccata alla loro. E sarebbe un gran piacere trascorrere il tempo esaminando e interrogando quelli di là, come facevo qui, con i vivi, per conoscere chi di loro è sapiente e chi crede, invece, di esserlo soltanto e non è. E cosa pagherebbe, poi, o giudici, uno che potesse interrogare colui che guidò a Troia il grande esercito o Ulisse o Sisifo, e infiniti altri, uomini e donne, che si potrebbero elencare? Conversare, indugiarsi con loro, interrogarli, sarebbe una felicità immensa. E, oltretutto, costoro non mettono mica a morte nessuno per questi motivi e sono, tra l'altro, di gran lunga più felici di noi perché, per giunta, immortali, se quel che si dice è vero. Anche voi, giudici, dovete, quindi, sperare nella morte e pensare a una cosa sola, che cioè all'uomo buono non può toccare alcun male né in vita né dopo morto e che gli dei non dimenticano le sue azioni; anche quello che ora è toccato a me, non è accaduto per caso ed è chiaro che la cosa migliore per me è morire e liberarmi, così, da tante brighe. Ecco il motivo per cui la voce di dio non mi ha interdetto e perché io, contro i miei accusatori, contro quelli che mi hanno condannato, non ho alcun rancore, sebbene essi mi abbiano accusato e condannato non con questa intenzione, ma per farmi del male: in questo sono da biasimare. Tuttavia io li voglio pregare di una cosa: quando i miei figli saranno cresciuti, puniteli, cittadini, stategli dietro come io facevo con voi, se vedrete che si preoccupano più delle ricchezze o degli altri beni materiali che della virtù e se si crederanno di valere qualcosa senza valer poi nulla, rimproverateli, come io rimproveravo voi, per ciò che non curano e che, invece, dovrebbero curare, se credono di essere «grandi uomini» e poi non sono niente. Se farete questo, io e i miei figli avremo avuto da voi ciò che è giusto. Ma è giunta, ormai, l'ora di andare, io a morire, voi a vivere. Chi di noi vada a miglior sorte, nessuno lo sa, tranne dio.