Neque tamen ignoro, quani impudenter faciam, qui primum tibi tantum oneris imponam — potest enim mihi denegare occupatio tua —, deinde etiam, ut ornes me, postulem. Quid, si illa tibi non tanto opere videntur ornanda? Sed tamen, qui semel verecundiae fines transierit, eum bene et naviter oportet esse impudentem. Itaque te plane etiam atque etiam rogo, ut et ornes ea vehementius etiam, quam fortasse sentis, et in eo leges historiae negligas gratiamque illam, de qua suavissime quodam in prooemio scripsisti, a qua te flecti non magis potuisse demonstras quam Herculem Xenophontium illum a Voluptate, eam, si me tibi vehementius commendabit, ne aspernere amorique nostro plusculum etiam, quam concedet veritas, largiare.
Mi rendo tuttavia conto di quanto sfacciato io sia, innanzi tutto ad accollarti un peso non indifferente - le tue molteplici occupazioni giustificherebbero benissimo un tuo rifiuto - e poi a pretendere da te addirittura una resa artistica delle mie faccende. E se non ti sembrassero affatto meritevoli di una resa artistica? Però, chi ha varcato una volta i limiti della convenienza può ben essere sfacciato fino in fondo. Perciò in tutta semplicità ti chiedo espressamente di abbellire il racconto addirittura con più colore di quanto forse tu non senta e di accantonare in ciò le leggi della storia e di non sdegnare quel decoro formale, di cui una volta hai scritto con estrema eleganza in un proemio del quale dimostri di non aver saputo fare a meno non più che il famoso Ercole di Senofonte del piacere quand'anche ciò dovesse favorirmi ai tuoi occhi con troppa evidenza, e concedi alla simpatia personale un pochino di più di quel che possa offrirle la verità.