Quid est in Antonio praeter libidinem, crudelitatem, petulantiam, audaciam? Ex his totus vitiis conglutinatus est. Nihil apparet in eo ingenuum, nihil moderatum, nihil pudens, nihil pudicum. Quapropter, quoniam res in id discrimen adducta est, utrum ille poenas rei publicae luat, an nos serviamus, aliquando, per deos immortales, patres conscripti, patrium animum virtutemque capiamus, ut aut libertatem propria Romani et generis et nominis reciperemus aut mortem servituti anteponamus! Multa, quae in libera civitate ferenda non essent, tulimus et perpessi sumus, alii spe forsitan reciperandae libertatis, alii vivendi nimia cupiditate; sed, si illa tulimus, quae nos necessitas ferre coegit, quae vis quaedam paene fatalis, (quae tamen ipsa non tulimus) etiamne huius impuri latronis feremus taeterrimum crudelissimumque dominatum?

In Antonio che c'è oltre la libidine la crudeltà, l'insolenza la sfacciataggine? Di questi vizi egli è tutto un impasto. In lui non c'è lombra di nobiltà di moderazione, di pudore di purezza. Ormai non c'è via di mezzo: o lui deve scontare le colpe che ha verso la patria o tocca a noi cadere in servitù e allora per gli dei riprendiamo una buona volta o senatori, il coraggio e la virtù dei nostri padri per recuperare la libertà che è l'essenza stessa della schiatta e del nome di Roma, o per andare in contro alla morte che è preferibile alla servitù. Tanti malanni a cui una libera città non avrebbe dovuto sottostare, noi li abbiamo tollerati e sopportati fino all'estremo limite, alcuni di noi nella speranza di poter riacquistare la libertà altri per eccessivo attaccamento alla vita. Ma se abbiamo dovuto sopportare quello a cui una necessità, una forza direi fatale ci costringeva - ma ad un certo momento abbiamo pur finito per ribellarci -, dovremmo ora sopportare la tirannia odiosa e crudele anche di questo sporco ladrone?