M. Cato in oratione, quam de Praeda militibus dividenda scripsit, vehementibus et illustribus verbis de impunitate peculatus atque licentia conqueritur. Ea verba, quoniam nobis impense placuerant, adscripsimus: "Fures" inquit "privatorum furtorum in nervo atque in compedibus aetatem agunt, fures publici in auro atque in purpura". Quam caste autem ac religiose a prudentissimis viris, quid esset "furtum", definitum sit, praetereundum non puto, ne quis eum solum esse furem putet, qui occulte tollit aut clam subripit. Verba sunt Sabini ex libro iuris civilis secundo: "Qui alienam rem adtrectavit, cum id se invito domino facere iudicare deberet, furti tenetur". Item alio capite: "Qui alienum iacens lucri faciendi causa sustulit, furti obstringitur, sive scit, cuius sit, sive nescit".

Marco Catone, nel discorso che scrisse sulla suddivisione del bottino fra i soldati, con parole veementi e illustri si lamentava dell’impunità e dell’arbitrio del peculato. Gli abbiamo attribuito quelle parole, poiché ci erano piaciute molto: "I ladri" disse " dei furti privati vivono in carcere e in catene, i ladri del pubblico nell’oro e nella porpora". Invece non ritengo di trascurare quanto onestamente e coscienziosamente sia stato definito cosa sia il furto da uomini molto saggi, affinché qualcuno non ritenga essere ladro solo quello che leva segretamente o sottrae di nascosto qualcosa. Vi sono parole dal secondo libro del diritto civile sabino: "Chiunque tocchi le cose altrui, poiché deve ritenere che egli fa ciò contro la volontà del padrone, è riconosciuto colpevole di furto. " Nello stesso modo in un altro capitolo: "Chiunque porti via una cosa altrui per farne lucro, si rende colpevole di furto, sappia o non sappia di chi sia. "