Proficiscentes Gallos ab Urbe ad Romanam experiendam virtutem fortuna ipsa Ardeam, ubi Camillus exulabat, duxit; qui repente audit Gallorum exercitum adventare atque de eo pavidos Ardeates consultare. Nec secus quam divino spiritu tactus, cum se in mediam contionem intulisset, “ Ardeates, inquit, veteres amici, novi etiam cives mei, nemo vestrum condicionis meae oblitum me huc processisse putet; sed res ac periculum commune cogit quod quisque possit in re trepida praesidii in medium conferre. Vobis autem, Ardeates, fortuna oblata est et pro tantis pristinis populi Romani benificiis, quanta ipsi meministis, gratiae referendae et huic urbi decus ingens belli ex hoste communi pariendi. Qui effuso agmine adventant gens est cui natura corpora animosque magna magis quam firma dederit; eo in certamen omne plus terroris quam virium ferunt. Argumento sit clades Romana : patentem cepere urbem; ex arce Capitolioque iss exigua resistitur manu; iam obsidionis taedio victi abscedunt vagique per agros palantur. Cibo vinoque raptim hausto repleti, ubi nox adpetit, prope rivos aquarum sine munimento, sine stationibus ac custodiis passim ferarum ritu sternuntur, nun ab secundis rebus magis etiam solito incauti. Si vobis in animo est tueri moenia vestra nec pati haec omnia Galliam fieri, prima vigilia capite arma, frequentes me sequimini ad caedem, non ad pugnam. Nisi vinctos somno velut pecudes trucidandos tradidero, non recuso eundem Ardeae rerum mearum exitum quem Romae habui”.

Lo stesso destino condusse ad Ardea – dove Camillo era in esilio - i Galli che partivano da Roma per mettere alla prova il valore di Roma; costui  improvvisamente venne a sapere che l’esercito dei Galli s’avvicinava e che gli impauriti Ardeatini si stavano interrogando su questo evento. Come toccato da un soffio divino, dopo essersi portato nel mezzo dell’assemblea, disse: “Ardeatini, vecchi amici, anche miei nuovi concittadini, che nessuno di voi pensi che io sia venuto qui dimentico della mia condizione, ma la cosa e il pericolo comune costringono a mettere a disposizioneo gni aiuto che ciascuno può nella gravità della situazione. Ma, Ardeatini, vi è offerta sia l’occasione di render grazie  per i tanti atavici benefici del popolo romano, quanti [benefici] voi stessi ricordate, sia di procurare  a questa città una grande gloria bellica da un comune nemico. Quelli che s’avvicinano con marcia disordinata, è un popolo a cui la natura diede corpi e animi più grandi che vigorosi perciò in ogni competizione portano più terrore che forze. Ne sia prova la sconfitta di Roma: presero una città indifesa; dalla rocca del Campidoglio ma si resistette loro con poca lotta; ora vinti dalla noia dell’assedio s’allontanano e vagabondi errano per i campi. Riempiti di cibo e di vino ingurgitato di un fiato quando scende la notte, presso i corsi d’acqua senza fortificazione, senza corpi di guardia e sentinelle qua e là si coricano alla maniera delle bestie, ora a causa delle cose favorevoli più incauti del solito. Se avete in animo di vigilare sulle vostre mura e di non tollerare che tutto ciò diventi Gallia, durante il primo turno di guardia afferrate le armi, numerosi seguitemi verso una strage, non verso una battaglia. Se non li consegnerò immersi nel sonno come bestie da trucidare, non rifiuto (di avere) ad Ardea la stessa fine delle mie cose che ebbi a Roma.