Quocirca recte Lycii, cum his luctus incidit, muliebrem vestem induunt, ut deformitate cultus commoti maturius stultum proicere maerorem velint. Verum quid ego fortissimos hoc in genere prudentiae viros laudem? respiciantur Indorum feminae, quae, cum more patrio conplures eidem nuptae esse soleant, mortuo marito in certamen iudiciumque veniunt, quam ex his maxime dilexerit. victrix gaudio exultans deductaque a necessariis laetum prae se ferentibus vultum coniugis se flammis superiacit et cum eo tamquam felicissima crematur: superatae cum tristitia et maerore in vita remanent. protrahe in medium Cimbricam audaciam, adice Celtibericam fidem, iunge animosam Thraciae ~ potentiam sapientiam, adnecte Lyciorum in luctibus abiciendis callide quaesitam rationem, Indico tamen rogo nihil eorum praeferes, quem uxoria pietas in modum genialis tori propinquae mortis secura conscendit.
Non hanno dunque torto i Lici ad indossare, quando sono colpiti da un lutto, abiti femminili, perché così sono indotti dalla stranezza del loro vestire a porre termini al più presto ad una sciocca afflizione. Ma a che lodare gli uomini più forti in questo genere di saggezza? Osserviamo ad esempio le mogli degli indiani, le quali - li vige la poligamia - alla morte del marito fanno a gara con regolare processo, per sapere quale tra loro il defunto abbia amato di più. La vincitrice, esultante di gioia, e accompagnata dai parenti stretti gioiosi in volto fino al rogo, si getta tra le fiamme e, pienamente beata, si fa cremare con lui. Le mogli che sono state vinte nel giudizio continuano a vivere nella tristezza e nell'afflizione. Pensiamo all'audacia dei cimbri, alla lealtà dei certiberi, uniamoci la coraggiosa saggezza dei traci, l'intelligente comportamento dei Lici, neloo smettere il lutto: tuttavia nulla vale quanto il rogo degli indiani sul quale una moglie innamorata e fedele sale, senza preoccuparsi minimamente della morte che la sovrasta, come su un letto nuziale