Midae vero, cuius imperio Phrygia fuit subiecta, puero dormienti formicae in os grana tritici congesserunt. parentibus deinde eius corsus prodigium tenderet explorantibus augures responderunt omnium illum mortalium futurum ditissimum. nec vana praedictio extitit: nam Midas cunctorum paene regum opes abundantia pecuniae antecessit infantiaeque incunabula vili deorum munere donata onustis auro atque argento gazis pensavit Formicis Midae iure meritoque apes Platonis praetulerim: illae enim caducae ac fragilis, hae solidae et aeternae felicitatis indices extiterunt, dormientis in cunis parvuli labellis mel inserendo. qua re audita prodigiorum interpretes singularem eloquii suavitatem ore eius emanaturam dixerunt. Ac mihi quidem illae apes non montem Hymettium tymi flore redolentem, sed Musarum Heliconios colles omni genere doctrinae virentis dearum instinctu depastae maximo ingenio dulcissima summae eloquentiae instillasse videntur alimenta

In vero, a Mida, sotto il cui dominio fu sottoposta la Frigia, mentre da bambino, le formiche misero nella (sua) bocca dei chicchi di frumento. In seguito gli auguri risposero ai genitori che indagavano su questo prodigio che sarebbe stato il più ricco tra tutti i mortali. La profezia non fu vana: infatti Mida superò per abbondanza le ricchezze di quasi tutti i re. A ben vedere alle formiche di Mida preferirei le api di Platone: quelle divennero segni di felicità debole e fragile, queste di una beatitudine solida ed eterna, per avere introdotto miele nelle labbra del bambino che dormiva nella culla. Avendo udito la cosa, gli interpreti dei prodigi predissero che si sarebbe istillata una singolare soavità di eloquio. E certo a me sembra che quelle api non nascessero sul monte Imetto, che è ornato e profumato di fiori di timo, ma nei colli Eliconii delle Muse con ogni generazione di giovane dottrina per amonimento delle dee. E parve che esse istillassero con grandissimo ingegno dolcissimi alimenti di somma eloquenza.