Saepe numero civitatis nostrae principes audio culpantes modo agrorum infecunditatem, modo caeli per multa iam tempora noxiam frugibus intemperiem; quosdam etiam praedictas querimonias velut ratione certa mitigantes, quod exstiment ubertate nimia prioris aevi defatigatum et affetum solum nequire pristina benignitate praebere mortalibus alimenta. Quas ego causas, P. Silvine, procul a veritate avesse certum habeo, quod neque fas est existimare rerum naturam, quam primus ille mundi genitor perpetua fecunditate donavit, quasi quodam morbo sterilitate adfectam; neque prudentis est credere tellurem, quae divinam et aeternam iuventam sortita communis omnium parens dicta sit, quia et cuncta peperit semper et deinceps paritura sit, velut hominem consenuisse. Nec post haec reor violentia caeli nobis ista, sed nostro potius accidere vitio, qui rem rusticam pessimo cuique servorum velut carnefici noxae dedimus, quam maiorum nostrorum optimus quisque et optime tractaverat.

Spesso sento cittadini ragguardevoli di Roma incolpare ora la sterilità dei campi ora l'inclemenza del cielo già da tempo nociva ai raccolti. Sento taluni attenuare queste lamentele per una diciamo così precisa convinzione: essi infatti pensano che il terreno, affaticato e spossato dall'eccessiva fertilità precedente, non possa più offrire agli uomini gli alimenti con la larghezza di una volta. Questi motivi, o Publio Silvino, io li giudico senz'altro surrettizi. Non mi è possibile pensare che la natura, dotata di perpetua fecondità dal primo creatore del mondo, sia stata presa dalla sterilità come da un morbo; né è degno di persona saggia credere che la Terra, a cui toccò in sorte una divina eterna giovinezza, che fu detta comune madre di tutti in quanto tutto essa ha sempre prodotto e tutto in seguito continuerà a produrre, si sia invecchiata come s'invecchia un uomo! Inoltre non penso che codesti inconvenienti capitino per inclemenza del clima, bensì sostengo che sono dovuti a colpa nostra perché abbiamo affidato agli schiavi peggiori, come a carnefici che la rovinino, quel! agricoltura della quale i migliori tra i nostri antenati si occupavano personalmente e nel modo migliore.