La concezione platonica di Poesia
VERSIONE DI GRECO di Platone
TRADUZIONE dal libroAgon pagina 253 numero 171

Ωσπερ οι κορυβαντιωντες ουκ εμφρονες οντες, ορχουνται, ουτω και οι μελοποιοι ουκ εμφρονες οντες τα καλα μελη ταυτα ποιουσιν, αλλ'επειδαν εμβωσιν εις την αρμονιαν και εις τον ρυθμον, βακχευουσι και κατεχομενοι, ωσπερ αι βακχαι αρυονται εκ των ποταμων μελι και γαλα κατεχομεναι, εμφρονες δε ουσαι ου, και των μελοποιων η ψυχη τουτο εργαζεται, οπερ αυτοι λεγουσι. λεγουσι γαρ δηπουθεν προς ημας οι ποιηται οτι απο κρηυων μελιρρυτων εκ Μουσων κηπων τινων και ναπων δρεπομενοι τα μελη ημιν φερουσιν ωσπερ αι μελιτται, και αυτοι ουτω πετομενοι· και αληθη λεγουσι. κουφον γαρ χρημα ποιητης εστιν και πτηνον και ιερον, και ου προτερον οιος τε ποιειν πριν αν ενθεος τε γενηται και εκφρων και ο νους μηκετι εν αυτῳ ενῃ· εως δ'αν τουτι εχῃ κτημα, αδυνατος πας ποιειν ανθρωπος εστι και χρησμῳδειν

TRADUZIONE

E come quelli che coribanteggiano, forsennati, ballano; cosí i poeti melici son fuori del sentimento quando fanno di queste odi belle, e, occupati di Dio, immantinente ch'eglino sono rapiti nell'armonia e nel ritmo, baccheggiano. E come le baccanti attingono dai fiumi miele e latte, mentre ch'elle sono in furia, savie no: cosí simigliantemente avviene entro l'anima dei poeti melici, come dicono essi medesimi. Imperocché dicono ch'eglino da melliflue fonti d'alcuni cotali giardini e boschetti delle Muse attingendo questi canti, ce li recano a noi, come le api; volando come le api. E dicono vero, però che il poeta è cosa leggiera, alata, sacra; e a niente egli è buono, se innanzi non è inspirato da Dio e non è in furore e non è la mente pellegrina da lui; imperocché insino a tanto che ha alcuno le potenze sue, non può poetare e vaticinare. E come non poeteggiano i poeti per magistero di arte e dicono molte belle cose, come tu sopra Omero, ma sí per divino fato; cosí solamente in quelle cose viene a bene ciascuno di loro, alle quali tratto egli è dalla Musa: chi ditirambi, chi encomii, chi ballate, chi canti epici, chi giambi; e in tutto l'altro egli è sciocco. E la ragione di nuovo dico ch'ella è ch'ei non fanno per arte tutte queste forme di poemi, ma sí bene per celestiale virtú; che se una sola sapesser fare per arte, fare anco saprebbero tutte le altre. E però Iddio, togliendo loro la mente, di loro si giova come di ministri; e cosí ancora degli oracolanti e divini vaticinatori; acciocché noi, udendoli, ci avvediamo che non essi dicono cosí mirabili cose, i quali sono fuori di mente, ma sí l'istesso Dio, il quale per loro bocca parla a noi. Chiara prova di ciò che io dico è Tinnico, il Calcidese; il quale mai non fe' alcuno canto che degno fosse di ricordanza, e il poema il quale è nelle bocche di tutti, e di tutti i canti quasi è il bellissimo, fu, come racconta ei medesimo, un trovamento delle Muse. E in questo specialmente par a me che abbia ciò mostrato Iddio a noi chiaramente, perché non istessimo in dubbio che non sono umane cose né di uomini questi belli poemi, ma sí divine e d'Iddii; e che niente altro sono i poeti, se non interpreti degl'Iddii, e che ciascuno inspirato è da quell'Iddio che l'ispira: e Iddio ciò mostrando manifestamente per il piú sciocco poeta ci cantò il canto piú bello. O non ti par che io dica il vero?