Οιον εγω ποτε μεμνημαι ιδων ποιουντα αρχηστην ευδοκιμουντα προτερον, συνετον μεν τα αλλα και θαυμαζεσθαι ως αληθως αξιον, ουκ οιδα ε ητινι τυχη εις ασχημονα υποκρισιν ... μιμησιν του παθους τα τοιαυτα οιομενοι ειναι. (Da Luciano Sulla Danza)
Traduzione libera
Così una volta mi ricordo di aver veduto fare un mimo, che prima era bravo, giudizioso, e veramente degno di ammirazione, poi, non so come, per voler troppo imitare, era caduto nello strano. Rappresentando una volta Aiace, che vinto nella gara impazzisce, trasmodò tanto che parve a taluno, non già di rappresentare una pazzia, ma d’impazzire egli proprio. Che ad uno di quelli che battono le nacchere col piede egli lacerò la veste; ad uno dei flautisti che l’accompagnavano, strappò di mano il flauto; e spaccò il capo ad Ulisse, che gli stava vicino tutto gonfio e pettoruto per la vittoria: e se non fosse stato il cappello che gli parò alquanto la botta, il povero Ulisse sarebbe morto sotto i colpi d’un mimo uscito dei gangheri. Ma tutto il teatro era impazzito con Aiace, battevano i piedi, gridavano, si stracciavano le vesti; non pure il popolazzo, che è ignorante, e non intende di convenienza, né distingue il meglio dal peggio, credeva che quella fosse un' imitazione perfettissima della passione; ma la gente colta che capivano la bruttezza della cosa, e ne provavano vergogna, eppure non la disapprovavano tacendo, ma coi loro applausi anch’essi nascondevano la stoltezza dello spettacolo, benché vedessero benissimo che non era la pazzia d’Aiace ma del mimo.