Αρξομαι δε απο των προγονων πρωτον· δικαιον γαρ αυτοις και πρεπον δε αμα εν τω τοιωδε την τιμην ταυτην της διδοσθαι... και αστων και ξενων ξυμφορον ειναι επακουσαι αυτων.

Comincerò in primo luogo dai nostri antenati: è infatti giusto e conveniente che proprio in questa occasione venga offerto loro il riconoscimento di una menzione. Costoro, infatti, abitando questa terra senza interruzioni di generazione in generazione, l’hanno tramandata libera fino ai nostri giorni grazie al loro valore. E se questi sono degni di lode, ancor più lo sono i nostri padri: i quali, dopo essersi conquistati non senza fatica il dominio che ora noi possediamo a partire da quanto avevano ricevuto in eredità, lo consegnarono a noi contemporanei. Ma la maggior parte di questo dominio l’abbiamo estesa noi che siamo ancora nel pieno della maturità, e a beneficio di tutti abbiamo reso la città pienamente autosufficiente in guerra come in pace. Io, però, le imprese di costoro in guerra, ciò che ciascuna di esse ci ha conquistato, oppure se noi stessi o i nostri padri abbiamo respinto valorosamente un barbaro o un greco che ci attaccava, le lascerò perdere, non volendo dilungarmi in presenza di chi ben le conosce: ora innanzitutto mi accingo a mostrare a partire da quali interessi siamo giunti a questo punto e con quale forma di governo e con quali costumi, grazie ai quali l’impero è divenuto grande, e poi alla lode di costoro, poiché ritengo che in quest’occasione non sia inappropriato dire tali cose e che a questa folla di cittadini e di stranieri possa essere utile ascoltarle.