Utrum difficilius aut maius esset negare tibi saepius idem roganti an efficere id quod rogares diu multumque, Brute, dubitavi. Nam et negare ei quem unice diligerem cuique me carissimum esse sentirem, praesertim et iusta petenti et praeclara cupienti, durum admodum mihi videbatur, et suscipere tantam rem, quantam non modo facultate consequi difficile esset sed etiam cogitatione complecti, vix arbitrabar esse eius qui vereretur reprehensionem doctorum atque prudentium. Quid enim est maius quam, cum tanta sit inter oratores bonos dissimilitudo, iudicare quae sit optima species et quasi figura dicendi? Quod quoniam me saepius rogas, aggrediar non tam perficiendi spe quam experiendi voluntate; malo enim, cum studio tuo sim obsecutus, desiderari a te prudentiam meam quam, si id non fecerim, benevolentiam.

O Bruto, ho dubitato, se fosse più difficile o arduo dirti di no dato che troppo spesso mi domandavi la stessa cosa oppure eseguire ciò che mi domandavi da molto tempo e in modo insistente. Infatti da una parte mi sembrava troppo crudele offrire un diniego a colui che amavo in modo particolare e per il quale sentivo di essere molto caro, soprattutto nel momento in cui domandava giuste cose ed era affamato di un alto sapere, dall’altra a malapena pensavo che l’intraprendere un’impresa così grande quanto era a mia opinione difficile non solo raggiungere con l’eloquenza ma anche abbracciare col pensiero, fosse cosa propria di quello che aveva timore delle critiche dei sapientii e dei saggi. Cosa vi è infatti di più difficile, quando c'i è una così grande differenza tra i buoni oratori, che valutare quale sia il modo migliore e per così dire forma di eloquenza? E poiché tu me lo domandi roppo spesso, inizierò non tanto con la speranza di fare quanto con la volontà di provare. Preferisco infatti, dal momento che ho dato seguito al tuo ardente desiderio, che tu esiga da me la saggezza piuttosto che la benevolenza se non avrò compiuto una (tale ) opera.