Curio, improbans utrumque consilium, quantum animi alteri sententiae deesset, tantum (animi) alteri (sententiae) superesse dicebat: (dicebat) hos turpissimae fugae rationem habere, illos etiam iniquo loco dimicandum esse putare. "Qua enim fiducia," inquit, "et opere et natură loci munitissimă castră expugnari posse confidimus? Aut vero quid proficimus, si, accepto magno detrimento, ab oppugnatione castrorum discedimus? Quasi non et felicitas rerum gestarum benevolentiam exercitus et res adversae odia (exercitus) imperatoribus concilient! Castrorum autem mutatio quid habet nisi turpem fugam et desperationem omnium et alienationem exercitus? Nam neque oportet pudentes suspicari sibi parum credi, neque (oportet) improbos scire sese timeri, quod timor noster illis licentiam augeat, suspicio (nostra) his studia deminuat."
Curione, condannando entrambe le decisioni, diceva che quanto di coraggio mancava alla sentenza dell'uno, tanto di coraggio era in eccesso alla sentenza dell'altro: diceva che questi avevano la ragione di una vergognissima fuga, che anche quelli pensavano che bisognava combattere in un luogo sfavorevole. Disse: "Infatti in che fiducia e in quale opera e in quale conformazione naturale del luogo confidiamo che un accampamento assai fortificato possa essere espugnato? O in verità che profitto abbiamo, se, ricevuta una grande perdita, ci allontaniamo dall'attacco dell'accampamento? Per così dire né la fortuna delle imprese concilierà la benevolenza e né le situazioni avverse concilieranno gli odi dell'esercito verso i comandanti! In verità il cambiamento dell'accampamento cosa comporta se non una turpe fuga e la disperazione di tutti e l'alienazione dell'esercito? Infatti né occorre che i buoni soldati sospettino in loro stessi di essere poco creduti, , né occorre che i disonesti sappiano di essere temuti, perché il nostro timore aumenti in quelli la licenza, il nostro sospetto diminuisca in questi gli ardori".
(By Maria D. )
Versione tratta da Cesare