Finis huius anni insignis est nova eaque magni momenti lege quae, non sine alĭquo motu animorum agitata (discutere), civitatem exercuit. Hactĕnus femĭnas, non minus quam viros, ad hereditatem admitti ius fuĕrat. Inde fiēbat ut illustrissimarum saepe familiarum bona alienas domos transfunderentur magno cum rei publicae damno, cuius intĕrest heredĭbus clarorum nomĭnum suppetĕre (non mancare) opes, quibus splendorem genĕris tutari et exornare possint. His incommŏdis obviam ire statuit Q. Voconius Saxa, tribunus plebis, tulitque ad populum ne quis herēdem virgĭnem neve muliĕrem facĕret, neve ulli virgĭni vel muliĕri bona cuiusquam licēret hereditate percipĕre ultra centum milia sestertium.
Il culmine insigne di quest'anno è la legge nuova e di grande momento che, controversa non senza qualche sommovimento degli animi, agitò la cittadinanza. Fino a questo momento era stata legge che le donne, non meno che i maschi, fossero ammesse all'eredità. Per cui accadeva che spesso i beni delle famiglie più illustri fossero trasferite in altre case, con grande danno dello Stato, al quale interessa che agli eredi dei nomi famosi siano sufficienti le ricchezze, con le quali sia tutelato e possa essere ornato lo splendore della famiglia. A questi inconvenienti stabilì di ovviare Q. Voconio Sassa, tribuno della plebe, e propose al popolo che nessuno potesse stabilire come erede una vergine o una donna, e che non fosse lecito ad una vergine o a una donna percepire l'eredità di qualcuno oltre i centomila sesterzi.