Brutus ad contionem vocat. Ibi omnium primum ius iurandum populi recitat neminem regnare passuros nec esse Romae unde periculum libertati foret; id summa ope tuendum esse, neque ullam rem quae eo pertineat contemnendam. Invitum se dicere hominis causa, nec dicturum fuisse ni caritas rei publicae vinceret: non credere populum Romanum solidam libertatem reciperatam esse; regium genus, regium nomen non solum in civitate sed etiam in imperio esse; id officere, id obstare libertati. "Hunc tu" inquit "tua voluntate, L. Tarquini, remove metum. Meminimus, fatemur: eiecisti reges; absolve beneficium tuum, aufer hinc regium nomen. Res tuas tibi non solum reddent cives tui auctore me, sed si quid deest munifice augebunt. Amicus abi; exonera civitatem vano forsitan metu; ita persuasum est animis cum gente Tarquinia regnum hinc abiturum. " Consuli primo tam novae rei ac subitae admiratio incluserat vocem; dicere deinde incipientem primores civitatis circumsistunt, eadem multis precibus orant. Et ceteri quidem movebant minus: postquam Sp. Lucretius, maior aetate ac dignitate, socer praeterea ipsius, agere varie rogando alternis suadendoque coepit ut vinci se consensu civitatis pateretur, timens consul ne postmodum privato sibi eadem illa cum bonorum amissione additaque alia insuper ignominia acciderent, abdicavit se consulatu rebusque suis omnibus Lavinium translatis civitate cessit.

Bruto convoca in assemblea. Lì anzitutto legge pubblicamente il giuramento del popolo che non avrebbero permesso che alcuno regnasse a Roma né da cui ci fosse un pericolo per la libertà; che si dovesse salvaguardare ciò con tutta la forza, né che alcuna cosa che lo riguardasse si dovesse trascurare. Era a malincuore che parlava a causa di un uomo, né che avrebbe parlato a meno che l’amore dello Stato prevalesse: non pensava che il popolo Romano avesse riconquistato la piena libertà; la stirpe regale, e il nome regale non solo erano in città ma anche nel governo; ciò era di ostacolo, ciò era di impedimento alla libertà. “Tu” disse “di tua volontà, o L. Tarquinio, allontana questo timore. Ricordiamo, riconosciamo: hai cacciato i re; porta a termine il tuo beneficio, porta via di qui il nome regale. A mio parere i tuoi cittadini ti renderanno non solo le tue proprietà, ma se manca qualcosa aumenteranno generosamente. Va da amico; libera la città da un timore forse vano; così gli animi sono convinti del fatto che con la stirpe Tarquinia sarebbe andato via di qui il governo monarchico”. Per primo lo stupore di un fatto nuovo ed inatteso aveva arrestato la parola del console; quindi mentre incominciava a parlare i più autorevoli della città circondano, chiedono la medesima cosa con molte suppliche. Neppure gli altri commuovevano del tutto: dopo che Sp. Lucrezio, il più grande per età e dignità, oltre che suocero di lui in persona cominciò in modi diversi a spingere pregando alternatamente persuadendo che si lasciasse vincere dall’accordo unanime della cittadinanza, temendo il console che gli accadessero a vita privata quelle medesime cose con la perdita dei beni e l’aggiunta oltre di un'altra ignominia, si dimise dalla carica di console e, avendo trasferito tutti i suoi averi a Lavinio, se ne andò dalla città.