καὶ ἔμοιγε δοκεῖ τις ἄν, ὦ ἄνδρες Ἀθηναῖοι, δίκαιος λογιστὴς τῶν παρὰ τῶν θεῶν ἡμῖν ὑπηργμένων καταστάς, καίπερ οὐκ ἐχόντων ὡς δεῖ πολλῶν, ὅμως μεγάλην ἂν ἔχειν αὐτοῖς χάριν, εἰκότως· τὸ μὲν γὰρ πόλλ᾽ ἀπολωλεκέναι κατὰ τὸν πόλεμον τῆς ἡμετέρας ἀμελείας ἄν τις θείη δικαίως, τὸ δὲ μήτε πάλαι τοῦτο πεπονθέναι πεφηνέναι τέ τιν᾽ ἡμῖν συμμαχίαν τούτων ἀντίῤῥοπον, ἂν βουλώμεθα χρῆσθαι, τῆς παρ᾽ ἐκείνων εὐνοίας εὐεργέτημ᾽ ἂν ἔγωγε θείην.

E a me sembra di certo, o Ateniesi, che se uno, postosi come giudice giusto di ciò che abbiamo avuto dagli dei, anche se molte (delle cose avute) non vanno come si deve, avrebbe tuttavia, a motivo, una grande riconoscenza verso di loro; da un lato infatti l’aver perso in guerra molte cose giustamente uno l’attribuirebbe alla nostra negligenza, dall’altro il non aver sofferto questo in passato e l’esserci apparsa un’alleanza compensatrice di quelle, se vogliamo sfruttarla, io certo la porrei come prova della benevolenza da parte loro.

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