Dialogoi pagina 340 numero 105

Καιτοι ανδρα τε τυραννον αφθονον εδει ειναι, εχοντα γε παντα τα αγαθα· το δε υπεναντιον τουτου ες τους πολιητας πεφυκε· φθονεει γαρ τοις αριστοισι περιεουσι .... Τιθεμαι ων γνωμην μετεντας ημεας μουναρχιην το πληθος αεξειν· εν γαρ τω πολλω ενι τα παντα.

Eppure almeno il tiranno doveva essere libero dall'invidia, dato che ha tutti i beni; di fronte ai suoi concittadini dimostra invece il contrario: in verità, invidia i migliori che ancora rimangono e che sono in vita, si compiace dei peggiori fra i cittadini, è il migliore ad accogliere calunnie. La più assurda di tutte : poiché se lo lodi con moderazione, si offende perché non è troppo onorato; se lo onori troppo, si adira perché ti ritiene adulatore. Mi accingo a dire le cose più gravi: egli sconvolge le istituzione patrie, fa violenza alle donne e manda a morte senza regolari giudizi. Invece, quando è il popolo che detiene il comando, in primo luogo, ha il nome più bello di tutti, "uguaglianza di diritti". In secondo luogo, non commette nessuno di quei soprusi che compie il monarca; ha a sorte le cariche, ha un governo tenuto a render conto, affida tutte le deliberazioni alla comunità. Dunque, io propongo che noi rinunciando alla monarchia diamo forza al governo popolare: poiché nella maggioranza si trova ogni cosa (c'è la fonte di ogni diritto)