και γαρ ημεις δυο μονας ημερας εν ευδια ...και υψελον ικανον μυριανδρω πολει ενοικειν
E infatti avevamo veleggiato per due soli giorni col bel tempo, quando improvvisamente, all'alba del terzo, avvistiamo a oriente un branco di mostri marini - in prevalenza balene -, tra cui un cetaceo enorme, il più grande di tutti, lungo circa 270 chilometri: avanzava verso di noi con le fauci spalancate, sconvolgendo il mare per un buon tratto, sollevando schiuma tutt'intorno a sé e mettendo in mostra i suoi denti, molto più alti dei falli che si vedono da noi, aguzzi come spiedi e candidi come avorio. Noi, a questo punto, dopo esserci abbracciati e detti addio, rimanemmo ad aspettare; il mostro ci era ormai addosso: ci risucchiò e ci ingoiò con tutta la nave, senza però arrivare a stritolarci perché la nave scivolò all'interno dell'animale attraverso gli interstizi fra un dente e l'altro. Quando fummo dentro la pancia, in un primo momento non riuscivamo a distinguere niente per colpa dell'oscurità, ma poi quando la balena spalancò di nuovo la bocca, vedemmo una enorme cavità, alta e larga da ogni lato, grande abbastanza per contenere una città di diecimila abitanti. Sparsi qua e là c'erano pesci piccoli e molti altri animali marini ridotti a brandelli, vele e ancore di navi, e, ancora, ossa umane e merci varie; al centro c'era anche una terra con delle colline, che si era formata, suppongo, col sedimentare del fango che l'animale inghiottiva. Quella specie di isola comunque era ricoperta da una selva: c'erano alberi di ogni specie e vi cresceva anche dell'insalata, il che aveva tutta l'aria di essere il risultato di una coltivazione; la circonferenza della terra doveva essere sui duecentoquaranta stadi. Si potevano vedere anche uccelli marini, gabbiani e alcioni, fare il nido sugli alberi.