Atene dopo la battaglia di Egospotami
VERSIONE DI GRECO di Senofonte
TRADUZIONE

Stando così le cose, Teramene dichiarò in assemblea che, se volevano mandare
lui da Lisandro, sarebbe tornato dopo aver saputo intorno agli Spartani, se essi
insistevano nel proposito di abbattere le mura, con l’intenzione di ridurre in schiavitù
la città o per garantirsene la fedeltà. Inviato, egli rimaneva presso Lisandro più di tre
mesi, aspettando il momento in cui gli Ateniesi, per mancanza di cibo, avrebbero
dovuto accettare qualunque condizione loro imposta. rientrato dopo tre mesi, riferì
in assemblea che Lisandro lo aveva trattenuto fino allora e che quindi lo aveva invitato
a recarsi a Sparta, perché non era lui ad avere i poteri di decidere su quanto gli era
richiesto, ma gli efori. Fu allora scelto con altri nove come ambasciatore con
pieni poteri per la missione a Sparta. Lisandro intanto aveva inviato l’esule
ateniese Aristotele insieme con altri, che erano Spartani, ad informare gli efori, che egli
aveva risposto a Teramene che da loro dipendeva ogni decisione riguardo la pace o la
guerra. Teramene e gli altri ambasciatori, quando giunsero a Sellasia, richiesti a
qual titolo erano venuti, risposero che erano forniti di pieni poteri per trattare la pace:
solo allora gli efori ordinarono di chiamarli. Quando i delegati ateniesi giunsero, gli
Spartani fecero un’adunanza, nella quale i Corinzi e i Tebani con maggiore
accanimento, ma anche molti altri Elleni, si opponevano a portare a termine un accordo con
gli Ateniesi, ma proponevano di distruggere la città nemica.